Attilio Pierelli (1924-2013)

Un tributo ad Attilio Pierelli, artista-scienziato (1924-2013)

 

Io costruisco delle “forme formanti” dalle quali scaturiscono le apparizioni create dalla luce.

Come la nascita di un universo, cioè di un sistema ordinato, che emerge dal nulla.

(A.  Pierelli, Lettera all’Editore, 1983)

 

 

 

Nel corso dell’anno 2004 si tenne nel bellissimo Castello Cinquecentesco dell’Aquila, sede del Museo Nazionale d’Abruzzo, una mostra  dello scultore Attilio Pierelli, in occasione del suo ottantesimo compleanno.  Figura rappresentativa nel panorama italiano del  secondo Novecento, elaborò forme, tecniche, concetti e materiali molto innovativi. [1] L’esposizione era curata da Anna Imponente, allora Soprintendente al Patrimonio Storico, Artistico e Demoetnoantropologico per l’Abruzzo e da Susanna Misiano, storica dell’arte specializzata nel gioiello d’artista, mentre chi scrive collaborò nell’allestimento e realizzò il testo critico nel catalogo sul “Taglio Pierelli”, di seguito riportato. Intitolata “Sculture Preziose”, la rassegna allineava nelle grandi sale al piano terreno del castello le luminose ipersculture in acciaio inossidabile e negli ambienti superiori, più piccoli,  i gioielli collocati nelle vetrine. Anna Imponente a questo proposito molto efficacemente scriveva nel catalogo: “Il particolare contesto della sede espositiva, la struttura sfaccettata del Forte cinquecentesco … offriva condizioni estremamente favorevoli ad accogliere le opere dell’artista, secondo un suggestivo percorso ascensionale: al piano dei bastioni le opere più grandi e, via via a salire in quello superiore, le forme preziose, con una rarefazione proporzionale che suggerisce un percorso alchemico e spirituale.” (pag. 12).

Noto anche come Forte Spagnolo, il castello dell’Aquila fu fatto costruire dal viceré di Napoli Pedro Alvarez di Toledo [2] fra il 1532 ed il 1567, durante il regno di Carlo V; gli aquilani, tuttavia, dovettero sostenere tutto l’onere economico della costruzione – 100.000 ducati annui – come punizione per essersi ribellati al dominio spagnolo. [3] A dire il vero, vista dall’alto la poderosa fortezza a pianta quadrata può richiamare alla mente l’immagine di un turrito anello di foggia rinascimentale, dove i quattro massicci bastioni  [4] incastonano una pietra preziosa. [5]

Attilio Pierelli era nato nelle Marche nel 1924 ma ben presto con la famiglia si trasferì a Roma, dove a fianco del padre, provetto artigiano, ebbe la possibilità di conseguire una grande familiarità e manualità nella lavorazione dei più diversi materiali tanto che, ancora giovanissimo, diventa apprendista odontotecnico. [6] Nel 1960 inizia a scolpire opere in pietra che presenta per la prima volta a Roma nel 1963, iniziando così un’intensissima attività espositiva in Italia ed all’estero. In quegli stessi anni realizza i primi lavori di oreficeria, esposti in una collettiva nel 1970 insieme ad altri gioielli di noti artisti. Di conseguenza, tutte le creazioni orafe di Pierelli sono state presentate in modo organico e completo per la prima volta nella mostra dell’Aquila. [7]

Nel suo saggio critico I gioielli di Attilio Pierelli: lo spazio e la luce nel catalogo dell’Aquila, Susanna Misiano commenta: “La ricerca di Attilio Pierelli s’inserisce a pieno titolo nell’ambito del filone del gioiello d’artista che egli ha coltivato in assoluta autonomia, esercitando la propria attitudine artigianale, nello spazio minimo del prezioso. I gioielli esposti documentano oltre quarant’anni di attività, costituendo nel loro insieme, un materiale inedito che oggi si offre come una tardiva e brillante scoperta” (p.17), ed aggiunge: “Nella scultura Pierelli ha indagato concetti scientifici e fisici quali: iperspazi, superfici estremali, teoria delle catastrofi e della gravitazione, traducendoli nella forma plastica. Proprio la singolarità della sua ricerca, ha suscitato a volte l’interrogativo: Attilio Pierelli è artista o scienziato?” (p.18).

Infine, desidero qui riportare per intero il mio testo scritto per il catalogo della mostra dell’Aquila, intitolato

Il Taglio Pierelli: un tuffo nella quarta dimensione

Il taglio delle pietre preziose è un’operazione antichissima e complessa – dove arte e scienza si rincorrono – per cui un cristallo grezzo, così come viene trovato in miniera, assume una forma ed un aspetto più adeguato alla sua funzione ornamentale attraverso una serie di lavorazioni che vanno dalla sgrossatura, alla sfaccettatura ed infine alla lucidatura.  A prescindere dalla sua rarità e bellezza intrinseca, una pietra grezza è di fatti poca cosa senza l’intervento del tagliatore che gli da vita e splendore.

 

Le miniere più antiche si trovavano in India le cui pietre, ancora rozzamente sgrezzate e levigate, abbellirono comunque le dita degli ultimi imperatori romani e più avanti i turbanti dei re Mogol. All’inizio del XIV secolo Venezia divenne la capitale del taglio dei diamanti, nelle calli e nei campielli della città lagunare si potevano contare almeno cento laboratori che, sviluppando sempre nuove tecniche di lavorazione, riuscirono a trarre dalle pietre tutta la loro luce. Il veneziano Vincenzo Peruzzi creò il taglio rotondo, detto “a brillante”, con cinquantotto faccette che restò pressoché invariato fino all’inizio del Novecento, quando Marcel Tolkowsky, un giovane matematico d’origine russa, teorizzò la disposizione ottimale delle faccette per ottenere il “taglio ideale” di un diamante. E’ necessario fare un’importante distinzione fra diamanti e pietre di colore, quest’ultime comprendono le tre gemme principali, note come rubini, zaffiri e smeraldi ed inoltre quelle che sono chiamate, forse a torto, “semipreziose”. Il taglio dei diamanti deve seguire, come si è detto, delle leggi ben precise a causa della loro struttura interna e di altre particolarità chimico-fisiche, fra cui la rifrazione e l’estrema durezza. Le pietre di colore invece, permettono una maggiore libertà, nei loro confronti si può forse essere più artisti che scienziati, poiché il risultato da ottenere è quello di mostrare al meglio le loro qualità cromatiche, badando meno alla purezza. All’inizio del nuovo secolo si sono imposti in tutto il mondo alcuni tagli molto innovativi del diamante, grazie anche all’impiego di tecnologie avanzatissime, per valorizzarli sempre di più attraverso l’incremento del numero delle faccette, arrivando ad oltre cento. Ciò permette di aumentare lo scintillio, poiché ogni faccetta in più favorisce la migliore dispersione della luce. Alcuni di questi nuovi tagli sono stati brevettati creando così un valore aggiunto alla pietra.

 

Attilio Pierelli cominciò a realizzare sistematicamente gioielli nei primi anni ’60 del Novecento, in concomitanza con una fase artistica chiamata Riflessioni caratterizzata da grandi sculture in planches di alluminio ed acciaio inox. Probabilmente nessun altro materiale come una lastra d’oro bianco, poteva ricreare anche in un piccolo oggetto l’effetto di forma e specularità che incessantemente lo scultore voleva ottenere. Per rendere la sua ricerca totale ed assoluta, Pierelli nel 1975 inizia a studiare il taglio delle pietre, realizzando ad una serie sperimentale di modelli in plexiglas con risultati sicuramente impressionanti: non a caso quest’altro momento creativo è chiamato Luce e Geometria. Precedendo di quasi trent’anni i grandi tagliatori professionisti, Attilio Pierelli brevetta il suo taglio.

 

Il “taglio Pierelli” è particolarmente interessante poiché gli angoli e le proporzioni delle pietre così lavorate, sono concepiti per esaltarne una basilare caratteristica ottica: la trasparenza. Ma vi è un’importante peculiarità nel taglio ideato ed eseguito dall’artista, che non stanca di sorprendere: ponendosi di fronte alle sue pietre si ha come l’impressione di potersi tuffare nell’iperspazio all’interno di esse e di raggiungere, in uno stato leggermente ipnotico, la quarta dimensione.

 

I due intrepidi mercanti Marco Polo (1254-1324) e Jean Baptiste Tavernier (1605-1689) – che da secoli ci deliziano nei loro resoconti di viaggio narrando di gemme enormi in giacimenti inesauribili, lo avrebbero probabilmente assai gradito.

 

 

 

 

Bibliografia di riferimento

 

Dickinson J. The Book of Diamonds, Gemological Institute of America, Carlsbad CA, 2001.

Imponente A. (a cura di) Attilio Pierelli Sculture Preziose, catalogo della mostra, Relitalia, L’Aquila 2004.

Matlins A. Colored Gemstones, 2nd edition, Gemstone Press, Woodstock VT, 2002.

WEB: http://www.pierelli.it

http://www.gia.edu/research (GIA on Diamond Cut)

 


[1] Nelle sue opere Attilio Pierelli ricercava principalmente l’iperspazio, ossia la rappresentazione dello spazio in relazione alla cosmologia ottenendo interessanti risultati plastici sulla visualizzazione della quarta dimensione, riuscendo così a coniugare l’arte con la scienza.

[2] Eleonora di Toledo, la bellissima figlia del viceré di Napoli più volte ritratta dal Bronzino, era la moglie di Cosimo I de’ Medici.

[3] Il Castello divenne la sede del Museo Nazionale d’Abruzzo nel 1951 dopo ampi restauri. La struttura dovette essere chiusa nel 2009 a seguito del terremoto che devastò tutta la provincia aquilana.

[4] Questi bastioni sono costruiti a forma lanceolata ed ognuno è orientato verso un punto cardinale.

[5] Per incastonare, ovvero fissare, una pietra alla base dell’anello si possono usare svariate tecniche. Qui ci riferiamo alle “griffe” o unghie metalliche ripiegate e ribattute sui quattro angoli di una pietra rettangolare o quadrata.

[6] Non è infrequente questa dicotomia fra odontotecnica ed oreficeria. In anni lontani ho avuto modo di conoscere ed apprezzare Alberto Federico che, con la moglie Lina, dette vita alla leggendaria gioielleria La Campanina di Capri. Alla fine della II Guerra, Federico svolgeva con successo il lavoro di odontotecnico per i militari americani di stanza a Napoli.

[7] A proposito dei gioielli d’artista, Palma Bucarelli nella sua introduzione al catalogo della Galleria Nazionale d’Arte Moderna (Roma 1973, p. 84) scriveva: “Nell’arte moderna il gioiello ha un significato nuovo: non è soltanto un ornamento con un senso naturalistico allegorico, ma il mezzo con cui si pone l’opera d’arte in contatto diretto, fisico con la persona.”

 

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